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Se è vero, come dicono i sondaggi, che la Polizia e le Forze dell'Ordine in genere riscuotono un ampio e costante consenso nella cittadinanza, lo è altrettanto il fatto che i vari gruppi di protesta socio-politica hanno invece fra i loro denominatori comuni l'accesa avversione alle divise.
Da una decina d'anni almeno, questa posizione, o sentimento che dir si voglia, è simboleggiato dalla frase inglese All Cops Are Bastards (tutti i poliziotti sono bastardi) e meglio ancora dal suo acronimo A.C.A.B. scritto sui muri o usato per firmare invettive.
Questa formula, che è stata internazionalizzata dal movimento antiglobalizzazione – quasi un beffardo contrappasso – è anche il titolo di un film, attualmente in proiezione nei cinema di tutt'Italia, che narra le vicende di un gruppo di celerini impegnati nei servizi di ordine pubblico a contrasto di manifestanti e tifoserie ultras. Data la crudezza dei contenuti e delle scene della pellicola e vista l'imminente uscita di un film sui fatti del G8 di Genova 2001 intitolato Diaz, incentrato più meno sul medesimo soggetto, ecco che si è subito acceso un dibattito o, per meglio dire, la polemica sui Reparti antisommossa.
Si possono ragionevolmente individuare due piani di giudizio su cui discutere la questione.
Il primo è senza dubbio la linea di discriminazione rappresentata dalla legge: è chiaro che coloro i quali devono garantire la sicurezza, per farlo, non possono commettere dei reati ed evidentemente questa è una regola non negoziabile, di valore assoluto e sulla quale nessuno può stabilire eccezioni o distinguo.
Mi pare che su questo la discussione, pur importante, finisca spesso per diventare leziosa poiché sono numerose le riprove che non esista né da parte dei vertici dello Stato né dei responsabili delle Polizie stesse e tanto meno da parte della Magistratura un atteggiamento indulgente o, peggio, complice di atti illegali commessi dai poliziotti: da Serpico in poi non ci sono davvero dubbi che la denuncia interna dei comportamenti infedeli o delittuosi rappresenti una realtà consolidata e anche recentemente si sono avute prove precise di tale correttezza. Di sicuro si può affermare, senza tema di smentita, che gli episodi che vedono i poliziotti commettere dei reati in servizio non rappresentino un fenomeno e tanto meno una tendenza, solo delle infauste eccezioni.
L'altro piano su cui si può dibattere è quello della cultura e della mentalità cui seguono gli atteggiamenti tenuti dai protagonisti.
Qui aleggia il cliché del macho in divisa, affascinato dal mito della forza, legato ai colleghi da un forte cameratismo e dalla gerarchia del nonnismo di memoria militare, immedesimato nel personaggio del guerriero più che del tutore della legge. Questa per alcuni è la realtà di chi lavora con una divisa addosso.
Certo, se così fosse davvero molte delle ragioni dei facinorosi troverebbero magicamente conferma con il favorevole riconoscimento di una contrapposizione fra buoni e cattivi dove i secondi sarebbero gli sgherri maneschi.
Invece, come spesso succede, la realtà è ben diversa e la professionalità viene scambiata per spietatezza, la coesione viene fatta passare per squadrismo e la fermezza spacciata per prevaricazione ad uso di chi ha convenienza che si creda ciò.
Ma come tutti gli ambienti professionali dove c'è in gioco l'incolumità fisica e la vita stessa, anche quello degli operatori dei Reparti Mobili, che una volta si chiamava Celere, ha bisogno di una considerevole solidarietà reciproca e del senso del gruppo, elementi preziosi per chi interviene in situazioni complesse e con compiti difficili.
Senza la passione, poi, sarebbe impossibile sopportare le pressioni emotive e la pesantezza di una guerriglia affrontata nella piazza o nello stadio. È un po' quello che accade anche, per esempio, nelle professioni sanitarie – pensiamo a chi lavora nelle sale operatorie-, a chi porta soccorso nelle calamità, chi deve difendere cose e persone e, insomma, a chiunque abbia una responsabilità rilevante e per esercitarla sia sottoposto a prove non facili.
Non è un caso quindi che, fatti salvi i già biasimati infortuni, i cittadini stiano incondizionatamente dalla parte dei poliziotti quando questi si contrappongono con tutta la fermezza possibile ai facinorosi.
Ma è giusto cercare di analizzare le cose anche prescindendo dal dato del consenso. E allora il discorso si ingarbuglia e rischia di perdersi tra le pretese della libertà d'esprimere il dissenso, la sfida all'autorità che si contesta, la facoltà di contrasto al potere quando lo si ritiene soffocante fino al cosiddetto diritto di rivolta, e dall'altra parte, invece, l'esigenza di proteggere le istituzioni con efficacia, il dovere di garantire il quieto vivere della collettività.
Per venirne fuori non bisogna far altro che recuperare la prima e più importante linea di separazione, quella che divide il lecito dall'illecito: quando si commette un reato la questione non è più discutibile e il criterio va applicato a tutti, non solo ai poliziotti, ma pure ai manifestanti ai quali non va concesso di affermare l'idea che chi protesta non può fare a meno di infrangere le regole, che il dissenso sia di per se stesso, quasi per definizione, antitetico alle regole.
Posto ciò, pretendere che sotto il lancio dei sampietrini, schierati davanti un edificio da proteggere, al cospetto della massa urlante che avanza minacciosa, i poliziotti esibiscano un aplomb ineccepibile è poco realistico.
Mentre è assai bizzarro che la discussione, anche a livello di opere letterarie e cinematografiche, non coinvolga mai l'etica dei dimostranti, non eccepisca, per esempio, che non si è ancora trovato il caso di un manifestante che abbia denunciato uno dei suoi compagni per aver commesso un reato.
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